Don Lorenzo Milani, ribelle obbedientissimo (ai poveri di cui si fa servo)

Don Lorenzo Milani, ribelle obbedientissimo (ai poveri di cui si fa servo)

 

Nacque nel '23 e muore nel '67 a soli 44 anni. Figlio di una ricca famiglia di intellettuali fiorentini.

Il padre Albano Milani era ateo, dottore in chimica, ricco possidente che sapeva scrivere versi in sei lingue, la madre Alice Weiss era di origine ebraica. Il bisnonno materno fu Domenico Comparetti filologo, papirologo e senatore del Regno di Italia. Di famiglia laica, Don Milani fu battezzato solo per evitare di avere problemi col regime fascista. Dopo le scuole superiori coltivò la passione per la pittura, prima come privato, poi trasferendosi a Milano, all'Accademia di Brera.

Nell'estate del 1942 decise di affrescare una cappella a Montespertoli dove era in vacanza e, nei momenti di pausa, scoprì il Vangelo che non conosceva. A 21 anni si convertì e, nello stesso anno, entrò in seminario a Firenze.

 

Divenuto prete nel 1947 a 24 anni, fu mandato in una parrocchia alla periferia di Firenze, San Donato di Calenzano, dove, fra gli anni '40 e '50, organizzò una scuola serale per operai che veniva frequentata anche da giovani che non andavano in chiesa e comunisti e dove si discuteva con molta apertura su tutte le questioni sociali (la condizione degli operai, le ideologie, la politica).

 

Questo suo modo di fare nella chiesa di allora determinò screzi con il vescovo di Firenze che lo spostò di parrocchia mandandolo a Barbiana nel Mugello. Barbiana era un posto davvero sperduto dove Don Milani arrivò nel dicembre del 1953. Non era nemmeno un paese, era una chiesa con una canonica senza strada asfaltata, senza luce, senza acqua e senza telefono. C'erano solo casolari sparsi, distanti l'uno dall'altro, sulla montagna.

A Barbiana Don Lorenzo decise di mettersi a servizio del popolo di contadini che vivevano dispersi nella montagna, in condizioni di grande arretratezza, povertà e analfabetismo (mentre molti di quei montanari in quegli anni cercavano il riscatto e il miglioramento sociale lasciando la montagna e andando a valle a lavorare nelle fabbriche).

Don Lorenzo si sentiva fortemente legato e si voleva legare sempre di più a quella comunità e, come segno di ciò, il giorno dopo che arrivò a Barbiana andò al comune di Vicchio a comprare lo spazio nel cimitero di Barbiana per la sua tomba.

Egli decise che la cosa più preziosa che poteva fare era di aprire una scuola per ragazzi delle medie e dei primi anni delle superiori che desse un'istruzione a quelli che erano stati bocciati dalla scuola pubblica o che comunque non avrebbero potuto frequentare la scuola media giù in paese. Per tutto l'inverno i ragazzi si preparavano e poi a giugno si presentavano agli esami nella scuola di stato per passare all'anno successivo o per ottenere il diploma. Barbiana tuttavia non fu una semplice scuola ma una vera e propria comunità educante, punto di riferimento per tutta la comunità dei contadini di quel territorio.

 

Lo scopo principale della scuola di Barbiana sarà quello di dare ai ragazzi la padronanza della parola e della scrittura che avrebbe loro permesso di non farsi schiacciare dai furbi e potenti ma anche di impegnarsi nella società a servizio del prossimo inserendosi nei partiti e nei sindacati.

Diceva che “un ragazzo buttato nel mondo senza istruzione è come un passerotto buttato in aria senza ali”. Diceva ancora ai suoi scolari: “Ogni parola che non imparate ora è una fregatura in più, un calcio in culo che prenderete domani”.

 

Prima di morire Don Milani insieme ai suoi alunni scriveranno un libro collettivo che avrà una grandissima risonanza: Lettera a una professoressa”. In esso, usando un linguaggio schietto e diretto,si denuncia che la scuola italiana è classista cioè manda avanti i figli dei ricchi e dei borghesi e boccia i figli dei contadini e dei pastori. In questo libro inoltre si esprime la volontà che la scuola italiana cambi e che diventi veramente a servizio di tutti. A Barbiana, infatti, il più debole, l'ultimo è al centro dell'attenzione di tutti. “Qualche volta [i ragazzi difficili] viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro la scuola non è più scuola. E' un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile”.

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