L'economia in Gandhi: lo Swadeshi

L'economia in Gandhi: lo Swadeshi

 

La civiltà occidentale moderna è malata e intossica le persone

Gandhi vuole che l'India eviti assolutamente di organizzarsi socialmente, economicamente e politicamente sul modello dell'Inghilterra. Per lui “l'attuale condizione dell'Inghilterra è pietosa. Prego Dio che l'India non si trovi mai in una condizione simile” (HS, p. 48). Ma è la civiltà moderna in generale ad essere pessima, addirittura “una malattia” (ivi, p. 51) e questo perché “le persone che vivono in essa fanno del benessere materiale lo scopo della loro vita” (ivi, p. 51-52).

Gandhi fa alcuni esempi per dimostrare che ciò che si considera civile e moderno è in realtà decadente mentre ciò che si considera incivile perché legato ad abitudini della tradizione è segno di forza interiore, di nobiltà d'animo e di armonia fra benessere fisico e rettitudine morale.

Scrive a questo proposito nell'opera Hind Swaraj:“Consideriamo quale stato di cose è descritto con la parola "civiltà". Prendiamo alcuni esempi. [ … ] Una volta si vestivano di pelli e la lancia era la loro arma. Ora indossano i pantaloni lunghi e per abbellire i propri corpi, indossano una vasta gamma di vestiti e, invece delle lance, portano rivoltelle a cinque o più colpi. Se la gente di un certo paese, fino ad ora non abituata a indossare molti vestiti, stivali ecc., adotta l'abbigliamento europeo, viene considerata civile e non più selvaggia. Una volta in Europa i campi si aravano principalmente grazie al lavoro manuale. Oggi, si può arare un vasto terreno per mezzo di macchine a vapore e così accumulare grandi ricchezze. Questo è definito un segno di civiltà. [ … ] Un tempo, quando la gente voleva combattere, misurava la propria forza fisica; oggi un uomo solo, con un'arma da fuoco può, da una collina, togliere la vita a migliaia di persone. Questa è la civiltà. Un tempo gli uomini lavoravano all'aria aperta quanto volevano, oggi migliaia di lavoratori si incontrano e per mantenersi lavorano in fabbriche e miniere. La loro condizione è peggiore di quella delle bestie. Sono obbligati a lavorare, rischiando la propria vita, svolgendo attività molto pericolose, per il solo vantaggio di ricchi capitalisti. Un tempo gli uomini erano schiavi fisicamente, ora sono resi schiavi dalla tentazione del denaro e dai lussi che con esso possono comprarsi. Ci sono malattie mai immaginate prima e un esercito di medici sono impegnati a trovarvi rimedio, quindi sono aumentati gli ospedali.  Questa è una prova di civiltà. [ … ] Una volta la gente si cibava con due o tre pasti che consistevano di pane fatto in casa e ortaggi; oggi ha bisogno di mangiare ogni due ore così da non avere tempo libero per altre cose. Cos'altro devo dire? .... Questa civiltà non tiene conto né della morale né della religione. [ ... ] La civiltà tenta di incrementare i piaceri del corpo, e fallisce miseramente anche in quello. Questa civiltà è irreligione ed ha avuto una tale presa sulla gente europea che coloro che ci sono immersi mi sembrano mezzi pazzi. Mancano di vera forza fisica e di coraggio. Conservano la loro energia intossicandosi. Riescono difficilmente ad essere felici in solitudine. [ … ]

Questa civiltà è tale che con un poco di pazienza si distruggerà da sola. [ … ] Gli inglesi meritano la nostra compassione. Sono perspicaci e credo perciò che scacceranno il male. Sono intraprendenti e industriosi e la loro mentalità non è implicitamente immorale. Né sono cattivi di cuore. Io perciò li rispetto. La civiltà non è un male incurabile, ma non bisogna mai dimenticare che gli inglesi attualmente ne sono afflitti” (ivi, p. 51-53)

 

Sì allo sviluppo dei villaggi, no all'industrializzazione dell'India

Riguardo al modello economico più adatto per l'India, Gandhi aveva in mente uno sviluppo rurale decentrato. L'India che lui sognava era quella dei settecentomila villaggi mentre Nerhu, suo compagno-avversario nel partito del Congresso, divenuto poi primo ministro nell'India libera, lavorava per uno stato accentratore urbano che attuasse l'industrializzazione dell'India sul modello occidentale. Ma, per Gandhi, l'industrializzazione e l'urbanizzazione erano da rifiutare perché con esse i villaggi sarebbero stati ancor più decentrati e dipendenti dai grandi centri urbani e il potere politico, di conseguenza, sarebbe stato sempre più detenuto dalle grandi città a discapito dei villaggi (cfr. MANARA, p. 237).

Un altro motivo che spinse Gandhi a rifiutare l'industrializzazione per l'India è che, secondo lui, l'industrializzazione non avrebbe portato a sconfiggere la povertà di massa, come molti credevano nel '900, ma anzi avrebbe fatto diventare i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. L'introduzione delle macchine infatti avrebbe lasciato disoccupati molti che ora sono onesti e semplici lavoratori. Per questo Gandhi affermò che le macchine “rappresentano un grande peccato” e “sono un male”. (da HS, cit. in MANARA p. 234). Ancora nell'aprile del 1947, pochi mesi prima di morire, Gandhi ebbe a dire: “Sono contrario alle macchine perché esse privano l'uomo del suo lavoro e lo rendono disoccupato. Mi oppongo ad esse non perché sono macchine ma perché creano disoccupazione” (ivi, p. 235).

In alternativa a ciò Gandhi propose la produzione di massa effettuata dalle industrie di villaggio. Il suo ideale era “una produzione di massa (come quella dell'industria) ma nelle stesse case della gente” (ivi, p. 237).

Riguardo a questo modello, lo studioso di Gandhi Manara nota come anche oggi, in India, “molte organizzazioni non governative hanno adottato il concetto gandhiano di sviluppo, secondo il quale le piccole comunità di villaggio divengono in grado di autosostenersi e in cui ogni famiglia gioca un ruolo insostituibile all'interno della comunità stessa” (ivi, p. 238).

 

Swaraj, Swadeshi e Sarvodaya

Gandhi è diventato famoso come fautore dello swaraj (che vuol dire indipendenza ma anche autogoverno) dell'India dalla dominazione britannica ma per Gandhi lo swaraj ( indipendenza) dell'India non avrebbe mai potuto darsi senza avere come base e come supporto indispensabile lo swadeshi.

Lo swadeshi è il modello di sviluppo che Gandhi propone come modello alternativo a quello occidentale.

Lo swadeshi è l'autosufficienza economica dei villaggi che comprende una forte fiducia nel poter contare sulle proprie forze, che sono innanzitutto le forze dell'anima, ed un forte orgoglio di appartenere alla cultura e alla tradizione indiana.

Grazie al sistema dello swadeshi, l'India avrebbe potuto mirare al sarvodaya cioè al benessere di tutti, nessuno escluso.

Lo swadeshi ha dunque, per Gandhi, sia una dimensione spirituale, che consiste nel fare emergere le forze dell'anima presenti in ciascuno, sia un significato materiale che consiste nel produrci da soli ciò di cui abbiamo bisogno nei villaggi, nel boicottare i prodotti stranieri, nell'impiegare tecniche, risorse ed energie locali, nell'evitare di mettere in circolazione prodotti non necessari per la popolazione e nel limitare i propri bisogni.

Per questi suoi temi, Gandhi può essere considerato un precursore dei moderni movimenti per un modello economico alternativo improntato alla sobrietà, alla decrescita e allo sviluppo di un'economia locale.

Dice Gandhi in un discorso sullo swadeshi: “Dovrebbe essere intollerabile per ogni indiano pensante che le nostre materie prime debbano essere esportate in Europa e che dobbiamo pagare prezzi pesanti per esse. Il primo ed unico rimedio a questo è lo swadeshi. Non siamo costretti a vendere il nostro cotone a nessuno e quando l'Hindustan ci chiama con l'eco dello swadeshi, nessun produttore di cotone lo venderà perchè venga manufatto in paesi stranieri [ … ]. Quando il mantra dello swadeshi si diffonderà in India milioni di uomini avranno nelle mani le chiavi per la salvezza economica dell'India. [ … ] Spero che ogni uomo e ogni donna presterà seria attenzione ai miei umili suggerimenti. L'imitazione dell'economia inglese darà avvio alla nostra rovina” (ivi, p. 240-41).

Il voto di swadeshi proposto da Gandhi recita poi: “Con Dio come testimone, io solennemente dichiaro che, per quanto riguarda i miei personali bisogni, da oggi mi limiterò all'uso dei vestiti manufatti in India da cotone indiano, seta o lana, e che io mi asterrò dall'uso di vestiti stranieri” (ivi, 239).

Commenta Manara: “Per Gandhi questa era “la chiave per la salvezza economica” dell'India. Per Gandhi infatti “la produzione di beni di cotone organizzata dal dominatore britannico aveva reso l'India schiava e dipendente” (ibidem).

 

Il “Programma Costruttivo”

Per attuare lo swadeshi, l'autosufficienza economica dei villaggi, Gandhi organizzò per l'India un “Programma Costruttivo” articolato in una serie di punti, vere e proprie linee guida per la strutturazione sociale ed economica dell'India dei villaggi.

Per attuare il programma costruttivo è necessario che ciascuno si dedichi alla realizzazione del proprio dovere (yajna).

Nel 1941 Gandhi stese un opuscolo intitolato Il programma costruttivo: il suo significato e la sua funzione: In questo opuscolo sono previsti 18 punti-cardine, 18 yajna che è necessario attuare per realizzare il Programma Costruttivo:

  1. L'unità fra comunità etniche e religiose.

  2. Lotta contro la segregazione sociale degli intoccabili.

  3. Lotta contro l'abuso di alcool e di droghe anche attraverso iniziative di cura e di sostegno per le persone intossicate e iniziative miranti a fornire loro migliori occasioni di relax e tempo libero.

  4. Promozione da parte di ogni famiglia della filatura e della tessitura domestica per la produzione del khadi, l'abito interamente fatto a mano.

  5. Sviluppo della piccola industria di villaggio e promozione dell'artigianato locale.

  6. Cura dell'igiene dei villaggi attuata dagli stessi abitanti dei villaggi.

  7. Nuova educazione (nai talim)

  8. Educazione degli adulti come educazione politica perché si rendano conto della loro condizione di miseria e cerchino strade di uscita.

  9. Coscientizzazione delle donne.

  10. Educazione sanitaria e all'igiene.

  11. Lotta contro la perdita delle lingue provinciali del subcontinente indiano soffocate dall'intromissione dell'inglese.

  12. Sostegno all'hindi, la lingua nazionale parlata dalla maggior parte della popolazione.

  13. Impegno per l'equità economica. Un governo nonviolento non potrà esistere fino a che non verrà superata l'ampia sperequazione fra i ricchi e i milioni di affamati.

  14. I contadini (Kisans), che costituiscono l'80% della popolazione, devono essere aiutati ad essere protagonisti.

  15. Il lavoro deve essere difeso nella sua dignità.

  16. Coinvolgere gli Adivasis, gli aborigeni che devono entrare a far parte integrante della nazione indiana come soggetti attivi.

  17. Prendersi cura dei lebbrosi. La cura dei lebbrosi non deve essere delegata ai missionari cristiani.

  18. Gli studenti devono anch'essi diventare soggetti attivi della nazione indiana attraverso una loro coscientizzazione e un loro coinvolgimento attivo.

 

Etica ed economia sono strettamente legate

Nella mentalità dominante l'economia non deve seguire criteri etici, cioè legati al bene a al male, ma deve seguire leggi proprie: l'economia deve essere autonoma dall'etica. Business is business.

Ora, se l'Homo oeconomicus è l'uomo unicamente interessato al suo interesse individuale e alla massimizzazione del suo profitto, dobbiamo dire che l'homo gandhiano si distingue radicalmente dall'homo oeconomicus.

Infatti per Gandhi assolutizzare l'economia e mettere la produzione e il profitto al centro della vita umana e sociale come fossero valori in sé, è una forma di economicismo inaccettabile.

Per Gandhi ciò che ha valore assoluto è il benessere integrale della persona e della comunità che si concretizza non nel fare, produrre e guadagnare fine a se stessi ma nelle buone relazioni interumane e dell'uomo con la natura: il benessere non è, come si intende oggi, ben-avere ma disponibilità a condividere.

Scrive a questo proposito: “Devo confessare che tra economia ed etica non traccio nessuna linea divisoria. L'economia che danneggia il benessere morale di una nazione è immorale e quindi peccaminosa. L'economia che permette ad un paese di depredarne un altro è immorale. E' peccaminoso comprare e usare articoli fatti da mano d'opera sfruttata. E' peccaminoso comprare grano americano condannando alla fame, per mancanza di clienti, il commerciante di grano proprio vicino. Parimenti sarebbe peccaminoso se io indossassi l'ultima raffinatezza di Regent Street sapendo che, se solo indossassi indumenti tessuti dai filatori e tessitori miei vicini, questo potrebbe non solo vestire me ma nutrire e vestire anche loro” (Young India 1921, da MANARA, P. 245).

E ancora scrive che “l'economia che ignori o non consideri i valori morali è menzognera. L'estensione della legge della nonviolenza all'ambito dell'economia non significa nulla di meno che l'introduzione dei valori morali, da prendere in considerazione nel regolare il commercio internazionale” (Young India 1924, ivi, p. 247).

 

Aparigraha

Queste considerazioni trovano in Gandhi la loro radice profonda nell'idea dell'aparygraha o non-possesso, che è un'idea profondamente radicata nella tradizione indiana. Per Gandhi, infatti, occorre rinunciare ad avere quello che non tutti possono avere (cfr. MANARA, p. 255) e rifiutarsi di sottostare all'ideologia del mercato che comporta una costante e infinita moltiplicazione dei nostri bisogni.

Scrive in Young India fra il 1921 e il 1926: “Non dovremo più preoccuparci di ottenere quello che possiamo, ma rifiuteremo di prendere quello che non tutti possono avere”. E ancora: “La nostra civiltà, la nostra cultura, il nostro swaraj non dipendono dalla moltiplicazione dei nostri bisogni, dall'indulgere in essi ma dal ridurli: dalla negazione di sè”.

L'uomo ha bisogni corporei, il cibo, il vestito. Questi bisogni vanno integrati con quelli spirituali in una visione armonica dell'uomo per trovare equilibrio e compiutezza. In Occidente invece i valori materiali vengono assolutizzati e staccati da tutti gli altri valori della persona determinando così uno squilibrio che appiattisce l'uomo alla sua dimensione economica e materiale.

 

Il lavoro come yajna

Gandhi ritiene che il lavoro come servizio, come sacrificio (yajna) sia la base della nostra vita.

Il termine yajna in Gandhi indica il lavoro ma anche il dovere, il servizio, l'atto rettamente compiuto.

Nella tradizione indù il termine indica il sacrificio vedico attraverso il quale il sacerdote rende omaggio alla divinità e contemporaneamente tiene in piedi il cosmo.

Gandhi trasferisce questo termine dal piano sacrale al piano sociale (ma con echi sacrali) per cui yajna viene ad indicare la consacrazione al servizio disinteressato alla comunità.

In Gandhi, ogni atto, pensiero o parola è yajna se ha come scopo il benessere degli altri e se viene compiuto senza speranza di ricompensa alcuna. Ogni atto, infatti, secondo la spiritualità indù, va compiuto perchè è buono in sé, senza pensare ai frutti dell'azione stessa e ai vantaggi che ne potremmo trarre. Tale atto è yajna.

Gandhi dunque, distaccandosi dalla concezione occidentale dei diritti come elementi costitutivi della dignità dell'uomo, dice che la dignità dell'uomo non sta nei suoi diritti ma nei doveri (yajna) di cui la persona è titolare. La persona prende dignità dalla yajna cioè dai doveri, cioè dal servizio sociale concreto, impegnato e disinteressato all'interno di piccoli gruppi, di piccole comunità.

Anche il lavoro inteso come yajna permette la realizzazione integrale della persona perché le permette di esprimere se stessa trasformando il creato ed entrando così in comunione con gli uomini. Inoltre la legge del servizio è la legge dell'uomo per cui lavorare cioè servire è indispensabile per poterci realizzare come uomini.

Per Gandhi, però, il lavoro deve essere per il pane e non deve mirare all'accumulazione.

Per lui, inoltre, il lavoro manuale è centrale e non dovrebbe essere evitato da nessuno. Scrive: “Il lavoro intellettuale potrebbe rivelarsi, e spesso lo è, infinitamente superiore a quello del corpo, ma non potrebbe mai essere sostitutivo di quest'ultimo, proprio come il nutrimento spirituale non potrebbe mai sostituire il grano che mangiamo benché di gran lunga superiore a quest'ultimo. Invero, senza i prodotti della terra, quelli dell'intelletto sarebbero impossibili” (da MANARA, p. 265).

Per Gandhi “una persona può filare o tessere o darsi alla carpenteria o all'attività di fabbro anziché coltivare la terra, sempre considerando l'agricoltura, tuttavia, il lavoro ideale. Ognuno poi dovrebbe essere il proprio spazzino. L'evacuazione è necessaria come il mangiare e la miglior cosa sarebbe che ognuno si occupasse dei propri rifiuti. Se questo è impossibile, ogni famiglia dovrebbe provvedere a fare da spazzina a se stessa. Ho pensato per anni che ci doveva essere qualcosa di radicalmente sbagliato laddove il compito di occuparsi dei rifiuti era affidato ad una classe separata della società. Non abbiamo alcun documento storico che ci indichi chi per primo attribuì il rango più basso a chi si occupava di questo essenziale lavoro sanitario. Chiunque fosse non ci fece in alcun modo del bene. Dovrebbero inculcarci fin dall'infanzia l'idea che siamo tutti spazzini. [ … ] Il dedicarsi intelligentemente a compiti di pulizia aiuterà ad apprezzare in modo autentico l'eguaglianza degli uomini” (ivi, p. 263).

Il lavoro manuale per il pane permetterebbe anche l'instaurarsi della giustizia nella società: “Se tutti lavorassero per il il proprio pane soltanto, allora vi sarebbero abbastanza pane e tempo libero per tutti. Cesserebbe ogni allarme per il sovraffollamento, né vi sarebbero tutte le malattie e la miseria che ci affliggono oggi. Tale lavoro sarebbe la più alta forma di sacrificio. [ … ] Non vi sarebbero, in tal caso, né ricchi né poveri, né classi superiori né inferiori, né toccabili né intoccabili. Potrebbe trattarsi di un ideale irraggiungibile: ma non per questo, comunque, dobbiamo smettere di lottare per raggiungerlo. Se anche ci limitassimo a svolgere quel tanto di lavoro fisico sufficiente a farci guadagnare il pane quotidiano, senza applicare per intero la legge del sacrificio che è la legge della nostra esistenza, già faremmo molta strada verso questo ideale. Se così facessimo i nostri bisogni si ridurrebbero al minimo, il nostro cibo si semplificherebbe. Mangeremmo allora per vivere anziché vivere per mangiare. Chi dunque dubiti dell'esattezza di di tale affermazione provi a sudarsi il pane: trarrà il più grande piacere dal frutto del proprio lavoro, migliorerà la propria salute e scoprirà che molte cose a cui era abituato erano superflue” (ivi, p. 263-64).

 

Il rapporto fra capitale e lavoro

Riguardo al rapporto fra capitale e lavoro, c'è da dire innanzitutto che Gandhi pone una distinzione fra capitale e capitalismo: il capitalismo va combattuto perché rappresenta la malattia del capitale, malattia che nasce dall'ingiusto sfruttamento del lavoro.

Scrive: “Non evito il capitale. Evito il capitalismo. L'Occidente ci insegna a evitare la concentrazione di capitale per evitare un'altra e più letale forma di guerra. Il capitale e il lavoro non hanno bisogno di essere antagonisti l'uno rispetto all'altro” (ivi, p. 266).

Per Gandhi i principi del satyagraha, cioè della lotta nonviolenta, possono e debbono essere applicati anche al conflitto fra capitale e lavoro. Scrive infatti: “Possiamo estinguere lo sfruttamento dei poveri non attraverso lo sterminio di alcuni capitalisti ma rimuovendo l'ignoranza dei poveri e insegnando loro a non collaborare con i propri sfruttatori […]. Il male non sta nel capitale ma nel suo uso errato.

Il capitale, in una forma o nell'altra, sarà sempre necessario” (ivi, p. 268).

Naturalmente questo non è da intendersi nel senso di un subire passivamente lo sfruttamento: “Non ho mai detto che dovrebbe esserci cooperazione fra sfruttati e sfruttatori finché lo sfruttamento e la volontà di sfruttare persisteranno. Solo che io non credo che i capitalisti e i proprietari siano sfruttatori per necessità intrinseca o che ci sia un incalcolabile antagonismo di base fra i loro interessi e quelli delle masse. L'idea della lotta di classe non mi attira. In India una guerra di classe non è affatto inevitabile, anzi, se avremo capito il messaggio della nonviolenza la eviteremo” (ibidem).

Il questo senso Gandhi pensa che il lavoro sia più forte del capitale. Scrive infatti: “Se soltanto il lavoro comprendesse che il capitale è perfettamente impotente senza il lavoro, riacquisterebbe immediatamente fiducia. Sfortunatamente siamo rimasti intrappolati dall'ipnotica suggestione e dall'ipnotica influenza del capitale, al punto da credere che il capitale, a questo mondo, sia tutto. Ma se si riflette un momento, si capisce che che il lavoro ha a sua disposizione un capitale che i capitalisti non possederanno mai. Ruskin ha insegnato a suo tempo che il lavoro aveva delle opportunità ineguagliabili. Ma non è stato ascoltato” (ibidem).

E a proposito del conflitto dei lavoratori coi capitalisti, Gandhi scrive: “C'è una parola inglese assai potente, che esiste anche anche in francese e in tutte le altre lingue del mondo: “No”. Il segreto che simo riusciti a scoprire è che quando il capitale vuole che il lavoro dica “Si”, il lavoro deve ruggire “No!” se intende dire “No”. E non appena i lavoratori si rendono conto di avere in mano la possibilità di dire “Si” quando intendono dire “Si” e di dire “No” quando intendono dire “No”, allora sono liberi dal capitale e lo costringono a scendere a patti con loro. E non importa minimamente che il capitale possa disporre di fucili e perfino di gas tossici. Il capitale sarebbe lo stesso del tutto impotente nel caso il lavoro asserisse la propria dignità confermando il suo “No”. […] Ma la ragione per cui i lavoratori così spesso falliscono sta tutta nel fatto che, invece di disarmare il capitale come ho suggerito, (parlo da lavoratore io stesso), vogliono afferrare quel capitale e diventare capitalisti nel senso peggiore del termine. E il capitalista, perciò, che si è adeguatamente attrezzato e organizzato, trovando fra i lavoratori dei candidati al suo stesso ufficio, fa uso di una frazione di loro per opprimere i lavoratori” (ivi, p. 269).

Riguardo dunque al problema del rapporto fra capitale e lavoro possiamo concludere, con Manara, che “Gandhi ha cercato, molto faticosamente, “una terza via” fra la distruttività della violenza strutturale dello sfruttamento capitalistico e la violenza dei rivoluzionari che interpretavano il conflitto come lotta di classe” (ivi, p. 269-70).

 

Conclusione

La visione gandhiana dell'economia è molto attuale, oggi che il modello occidentale di sviluppo si è notevolmente espanso mostrando il suo volto distruttivo del creato e degli esseri umani. Gandhi ci può offrire suggestioni per aiutarci a trovare una via di uscita dall'economicismo, dal materialismo imperante e dalla religione del mercato che tanto soffocano la vita dell'uomo di oggi e ci può aprire una strada e offrire una speranza per la salvezza del pianeta e degli uomini in esso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per la stesura della presente dispensa è stato utilizzato come principale riferimento il testo di Cesare Fulvio Manara dal titolo “Una forza che dà vita. Ricominciare con Gandhi in un'età di terrorismi”, Unicopli, 2006. Le citazioni da questo testo sono indicate con la sigla MANARA.

Altro testo citato è il fondamentale volume di Gandhi dal titolo Hind Swaraj pubblicato nel 1909 e recentemente ripubblicato in italiano dal Centro Gandhi di Pisa col titolo “Vi spiego i mali della civiltà moderna”, Gandhi Edizioni, 2009. Le citazioni da questo testo sono indicate con la sigla HS.

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