Il Satyagraha come metodo di lotta politica

Il Satyagraha come metodo di lotta politica

 

Satyagraha che letteralmente significa “forza della verità”, si può tradurre con “nonviolenza attiva”.

E' il metodo di lotta politica “inventato” da Gandhi.

Il termine satyagraha ricorre nelle opere di Gandhi più di 6100 volte.

 

LA NONVIOLENZA COME METODO DI AZIONE POLITICA: Il satyagraha è l'amore nonviolento che in Gandhi non resta limitato alla sfera del comportamento individuale ma diventa metodo di azione politica. Per Gandhi il satyagraha deve valere in ogni campo, anche nella politica e nella lotta contro un potere oppressivo, per una società nuova.

Siamo nati per provare che la verità e la nonviolenza non sono solo norme per la condotta personale. Esse possono divenire anche politica per un gruppo, una comunità, una nazione. Non abbiamo ancora provato qualcosa del genere, ma questo solo può essere lo scopo della nostra vita.

Oggi si dice che la verità non può essere di alcun aiuto in economia e in politica. E allora in quale campo può esserlo? La verità non vale nulla se non può essere di aiuto in ogni campo della vita, in ogni affare del mondo” (da un discorso del 1940).

Io sostengo che verità e nonviolenza possono essere organizzate. Altrimenti cesserebbero di essere le eterne verità che per me sono. Per me verità e nonviolenza non sono cose irreali e se non possono diventare il nostro dharma collettivo significa che sono false. Ciò che voglio organizzare, dando la vita per farlo, è organizzare la nonviolenza. E se non vale in ogni campo è falsa” (da un discorso del 1937).

 

TRASFORMARE IL CONFLITTO: Il satyagraha trova il suo campo di applicazione nel conflitto. Il conflitto è una situazione in cui gli esseri umani entrano in opposizione perchè i reciproci interessi, posizioni, bisogni, desideri, valori sono incompatibili, o almeno sono percepiti come tali: sono situazioni in cui le persone soffrono.

 

DESCRIZIONI DEL SATYAGRAHA: Il satyagraha, negli scritti di Gandhi, viene così descritto: esso è la forma di lotta più grande nel mondo, una forza che non è di natura fisica ma spirituale (è la forza dell'anima), è una “sanzione” a disposizione di chi vuol lottare, è la resistenza contro la verità mediante mezzi veritieri, può essere utilizzata ovunque e da chiunque, anche da chi è in minoranza assoluta di uno.

 

NON ODIO: Il satyagraha non può contemplare la vendetta e chi lo pratica non è mosso da odio verso il nemico, non vuole la distruzione del nemico ma vuole conquistarlo alla verità e alla giustizia attraverso una incrollabile forza dell'anima. Per Gandhi il satyagrahaesclude l'uso della violenza perchè l'uomo non è capace di conoscere la verità assoluta e quindi non è competente a punire” (Young India 23 marzo 1921).

 

IL CORAGGIO DELL'AUTOSOFFERENZA: Il satyagraha consiste nel lottare contro l'ingiustizia o contro l'oppressione sottomettendosi volontariamente alla sofferenza, senza mai far soffrire l'avversario. Satyagraha significa che ciò che si vuole è la verità, che la meritiamo e che lavoreremo per essa sino alla morte. Le sfere in cui esso vale sono praticamente senza confini: le riforme sociali, quelle politiche, l'autosufficienza economica dei villaggi.

Il satyagraha si distingue dalla resistenza passiva in quanto in esso non si tratta di subire la violenza ma di contrapporre ad essa una forza e un comportamento nuovo originato appunto dall'anima: al male ci si deve opporre con la forza dell'anima. Tale forza consiste nell'accettazione della sofferenza da parte del lottatore della nonviolenza (il satyagrahi).

Come scrive Roberto Mancini: “In Gandhi il contrario della violenza è l'amore che trattiene la sofferenza presso di sé per superarla senza diffonderla” (Roberto Mancini, L'amore politico).

Gandhi non voleva che il satyagraha venisse confuso con l'arma del debole. Scrive Gandhi che “il satyagraha non è concepito affatto e per nulla come l'arma del debole, ma come l'arma del più forte. Ma la sua infinita bellezza è che esso può essere usato da colui che è debole nel corpo, dal più vecchio come dal bambino, se hanno cuori forti e siccome la resistenza attraverso il Satyagraha è offerta attraverso l'autosofferenza, è un'arma aperta anche eminentemente alle donne” (da un discorso del 1931).

Dunque la radicale novità della forma di lotta detta satyagraha sta nel fatto che chi lotta sceglie di non infliggere all'avversario alcuna sofferenza ma di accettarla su di sé. Il lottatore della nonviolenza accetta la possibilità di soffrire per ottenere quello che ritiene giusto e così facendo non perde potere ma al contrario aumenta il suo potere, il quale però ovviamente non è più un potere con tratti violenti e distruttivi.

 

DISOBBEDIENZA CIVILE: Per Gandhi sia la disobbedienza civile è una branca del satyagraha.

La disobbedienza civile è il rifiuto di sottomettersi a leggi ritenute immorali da parte di un resistente che risulta così un fuorilegge in modo civile cioè nonviolento e dunque accetta di andare in carcere.

 

IL LOTTATORE NONVIOLENTO E LOTTATORE VIOLENTO: Un lottatore della nonviolenza deve avere tutte le caratteristiche del vero lottatore cioè il sapere affrontare la lotta, il sapere resistere alla paura e il saper soffrire fino a dare la vita. Per Gandhi dunque il lottatore nonviolento è più vicino al lottatore violento che al nonviolento debole.

Un nonviolento debole, per Gandhi non potrà mai divenire un vero satyagrahi perchè appunto gli mancano le caratteristiche di cui sopra mentre un lottatore violento dotato di coraggio e di capacità di sofferenza può per Gandhi trasformarsi in un vero satyagrahi.

 

COME ORGANIZZARE UN SATYAGRAHA: Varie sono gli elementi da tenere in considerazione per l'organizzazione di un sathiagraha: la scelta dell'obiettivo, la selezione dei partecipanti, la preparazione dei satyagrahi, la delimitazione del numero dei partecipanti stessi, il coordinamento della leadership, la preparazione dell'accordo finale.

 

SUL TERRORISMO INDIANO CONTRO GLI INGLESI: “La libertà non può mai essere ottenuta facendo esplodere bombe che coinvolgono persone innocenti. Questo è un crimine molto crudele. La chiave per lo swaraj non è né a Londra né presso il Vicerè, ma si trova nelle meni degli stessi indiani.

Se solo ci rendessimo conto che non è terrorizzando lo straniero che noi potremo ottenere la libertà ma è lasciando cadere ogni paura e insegnando alla gente dei villaggi a superare la loro paura che raggiungeremo la vera libertà a finalmente comprenderemo che la violenza è suicida”.

 

IL VERO POTERE RISIEDE DENTRO DI NOI: Per Gandhi, attraverso la pratica della disobbedienza civile e della lotta nonviolenta “la gente diventa conscia del suo potere. Essa smette di temere l'autorità e si risveglia ad un senso del potere che risiede in loro stessi. E' la loro libertà che hanno conseguito con la loro stessa forza”.

 

ATTIVARE LA NOSTRA PAZIENZA PER CONVERTIRE L'OPPOSITORE: Per Gandhi, cacciare gli inglesi con la violenza “non ci porterà alla nostra indipendenza ma ad una assoluta confusione: possiamo stabilire la nostra indipendenza solo armonizzando le nostre differenze attraverso un appello alla mente e al cuore e non terrorizzando gli inglesi, vogliamo piuttosto offrire una disobbedienza civile di massa con la pazienza e con un modo di fare gentile, convertendo l'oppositore”.

 

Questa scheda è ampiamente debitrice del volume di Fulvio Cesare Manara “Una forza che dà vita” Edizioni Unicopli 2006.

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