Il male e la morte in Raimon Panikkar

Brani sul male e sulla morte tratti dalle opere del teologo Raimon Panikkar (1918 - 2010)

Sul male

Il male è parte della realtà

“Bisogna partire dal fatto che il male esiste nella realtà, ne è parte ineludibile. Se sono cosciente di questo fatto mi è possibile impegnarmi per farlo arretrare, per eliminarlo, per riscattarlo con mezzi diversi, sia politici, sia spirituali o materiali.

E' dunque una falsa consolazione ogni sforzo tendente dire: nel momento in cui sarai più sviluppato non soffrirai più il male o, come pensava Marx, quando verrà la società socialista nessuno soffrirà più”. (Raimon Panikkar, Tra Dio e il cosmo, p. 158)

Il male è incomprensibile

“Il male è privo di intelligibilità interna, sfugge alla nostra ragione, non è comprensibile dalla ragione (dunque falliscono tutti i tentativi filosofici di spiegare razionalmente il mistero del male).

Il male è la faccia oscura del reale.

E poiché il male è parte ineludibile della realtà allora anche la realtà non è completamente intelligibile. Panikkar dunque è in disaccordo con Hegel il quale affermava l'assoluta intelligibilità del realtà “tutto ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale”. (Raimon Panikkar, L'esperienza di Dio p. 92)

L'impegno pratico contro il male

“La coscienza che ho di non poter spiegare un gran numero di cose mi libera perché so che per agire non dovrò aspettare il momento in cui avrò la spiegazione totale dell'universo o del mistero del male o del mistero della sofferenza.

Dobbiamo superare i tentativi di spiegazione per farci carico in concreto ed efficacemente delle sue cause e delle sue conseguenze”. (Raimon Panikkar, Tra Dio e il cosmo, p. 158 - 159)

Come affrontare il male

“Forse Dio ci insegna nel modo più pratico e senza elucubrazioni metafisiche a cercare di affrontare il problema del male senza malizia. Non c'è modo di eliminare il male usando un contromale.

La riconciliazione è l'unica forma efficace di superare il male. Lo scontro dialettico porta solo ad una tregua finché i vinti prendono la rivincita [ … ].

Il male può essere trasformato solo dal cuore. La sola ragione può spingerci a commettere azioni cattive con la spiegazione che sono ragionevoli. E' l'innocenza che possiederà la terra (“Beati i miti perché erediteranno la terra” Matteo 5,5).

Gesù Cristo ha patito chiaramente l'esperienza del male e perfino l'abbandono del suo Dio.

I problemi sono terribilmente seri e la nostra superficialità tecnocratica è poco avvezza ad essi nonostante le numerose manifestazioni del male nel nostro tempo”. (Raimon Panikkar, L'esperienza di Dio p. 97 – 98).

Sulla morte

“Dunque dov'è il posto della morte? Esso si chiarisce forse con un'affermazione: quello che muore è l'individuo, chiamato a scomparire per fare posto ad altra cosa, ad altri individui. E allora, non è una tragedia! So fin dall'inizio che non sono fatto per durare per sempre. In linea con il testo del Vangelo. “E' bene per voi che io me ne vada perché se non me ne vado non verrà a voi lo Spirito” (Giovanni 16,7), dico che è bene che io muoia perché altrimenti la vita non continuerà se voglio possederla per me stesso e per sempre. In realtà non è tanto la mia vita che conta, ma la vita. Durante il mio proprio passaggio su questa terra, quando la mia vita mi abita e riposa su di me, io tento di renderla più umana, più vasta, più vitale, più reale, più bella, migliore: questo è il mio karma. Ma poi, fatto questo, è ad altri che tocca assumere questo compito …. In verità, la paura della morte è un sentimento patologico [ … ]. La morte è solo la fine del mio piccolo ego”.

“Io non posso realizzarmi da solo, restringendo il mio campo visuale, chiudendomi all'interno della mia campana di vetro per salvare il mio ego. Un atteggiamento che non potrebbe generare che l'angoscia perché il mio ego non è salvabile”. (Raimon Panikkar, Tra dio e il cosmo, pp. 81 e 161)

“Fra quattro miliardi e mezzo di anni cesserà ogni forma di vita sulla terra. Se il nostro problema è solo sopravvivere, allora lo si può fare ad ogni costo, anche mettendo nel campo di concentramento gli altri ed abdicando alla dignità umana: se invece si tratta di vivere, allora ci si deve rendere conto che la vita non è in funzione del tempo: può essere più piena e significativa una vita breve che una vita che si protrae molto a lungo. Vale la pena di aver vissuto e di vivere non perché il futuro sarà migliore (nessuno sa come sarà), ma perché nel presente si scopre una luce nuova, un nuovo colore, riservato agli occhi di coloro che amano”. (Raimon Panikkar, Come sopravvivere allo sviluppo. p. 35)

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