Perché le crociate?

Perché le crociate?

Per lo storico Franco Cardini, le crociate (1096-1291) non sono guerre sante, perché la guerra non è mai santa, ma sono guerre fatte in nome e per volontà di Dio. Sono pellegrinaggi armati che hanno come obiettivo la riconquista di Gerusalemme e del sepolcro di Cristo che nel 638 d.c. era caduto in mano musulmana.

Urbano II al con concilio di Clermont, il 27 novembre 1095, indisse la prima crociata soprattutto con lo scopo di accorrere in aiuto dei cristiani d'Oriente minacciati dai turchi. Il papa sperava anche così di poter superare lo scisma del 1054 che aveva diviso chiesa d'Oriente e chiesa d'Occidente.

Il papa usò queste parole:“Io vi esorto affinché voi persuadiate tutti, cavalieri, fanti, ricchi e poveri, perché accorrano subito in aiuto ai cristiani (i cristiani d'Oriente minacciati dai turchi), per spazzare dalle nostre terre quella stirpe malvagia. E' Cristo che lo vuole. Per coloro che in battaglia incontreranno la morte vi sarà l'immediata remissione dei peccati. Coloro che prima erano soliti combattere scelleratamente in faide private contro dei credenti possono ora battersi contro i non credenti; coloro che fino ad ora erano stati ladri possono divenire soldati; coloro che sono stati mercenari per un guadagno meschino possono ricevere ora la ricompensa eterna”.

CAPIRE IL “CLIMA” DELLA CROCIATA

Cerchiamo di capire il clima emotivo che accompagnò la prima crociata. A seguito del discorso di Urbano II, discorso, che fu accolto al grido di “Deus vult” (Dio lo vuole), si diffuse una specie di febbre che permise di radunare i crociati; i crociati erano dunque pellegrini armati diretti a Gerusalemme, guerrieri devoti ma generalmente arroganti e brutali, che spesso si abbandonarono ad atti di violenza ed azioni riprovevoli. Il crociato che intraprendeva il pellegrinaggio armato faceva voto di conquistare Gerusalemme, indossava un mantello con una croce rossa, rossa come il sangue che egli era pronto a versare. Il viaggio verso Gerusalemme si svolgeva in un clima apocalittico: la conquista della Gerusalemme terrena era vista come purificazione necessaria perché giungesse dal cielo la Gerusalemme celeste, come preparazione del ritorno di Cristo in una terra purificata. I poveri che partivano, partivano con la speranza di morire a Gerusalemme. I massacri di ebrei perpetrati durante il viaggio, a Praga e in Germania, si spiegano in quanto si riteneva che l'eliminazione degli ebrei o il loro battesimo, fosse la premessa indispensabile per l'avvento del Regno di Dio.

LA VIOLENZA CON CUI NASCE E MUORE IL REGNO LATINO DI GERUSALEMME (1099-1187)

La prima crociata (1096-1099) si concluse in effetti con la conquista di Gerusalemme del 1099 che comportò un ferocissimo massacro. Non un ebreo né un musulmano sopravvisse all'interno della cinta muraria di Gerusalemme.

Scrive Raimondo di Aguilers, cronista dell'epoca e testimone di quei fatti: “Se vi dirò la verità, essa supererà la vostra capacità di credervi; e quindi vi basti questo: nel portico e ne tempio di Salomone si marciava nel sangue fino alle ginocchia. Senza dubbio, fu una punizione divina giusta e splendida il fatto che questo luogo fosse riempito del sangue dei non credenti, poiché esso, per tanto tempo, aveva sofferto dei loro atti blasfemi”.

Il regno latino di Gerusalemme ebbe vita breve, durò solo 88 anni fino al 1187 quando il Saladino, che aveva realizzato un vasto impero musulmano che andava dallo Yemen all'Egitto, perpetrò una feroce esecuzione di massa dei monaci guerrieri, Ospitalieri e Templari vendicando, 88 anni dopo, il massacro sopra descritto del 1099.

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE (+1153) E GLI ORDINI RELIGIOSI MILITARI

A proposito degli ordini militari, che erano nati in quel periodo, e che erano un'anomalia perché univano due attività che fino ad allora erano state distinte e cioè il pregare e il combattere, San Bernardo di Chiaravalle, nella sua opera “La lode della nuova milizia” del 1130 circa, si impegna nel giustificare teologicamente l'istituzione dell'ordine monastico-militare dei Templari: Bernardo vede i musulmani come «vasi d'iniquità», posseduti dal demonio. Con loro, una sola soluzione è possibile, lo sterminio: «Uccidete! Uccidete! E fatevi uccidere se necessario: è per Cristo»

Secondo Bernardo, dunque, l'uccisione di un infedele, di un eretico o di un pagano non è da considerarsi come un atto criminoso. L'uccisione di un nemico della fede da parte di un soldato di Cristo non rappresenta un omicidio ma un "malicidio".Bernardo contrappone la guerra in nome di Cristo alla guerra condotta dalle milizie secolari, dove «Christus non est causa militandi». Secondo Bernardo nessuna causa può rendere buona una guerra profana: né le biasimevoli passioni, né il desiderio di vendetta, né la necessità di eludere un pericolo incombente. Ma, se la causa è Cristo, allora l'usare la spada è addirittura meritorio. Insomma, uccidere, in generale, non è lecito, è lecito solo, anzi è meritorio, uccidere per Cristo. Quella di San Bernardo è, come la definisce Gad Lerner, una “spiritualità furiosa”. Se è vero che ogni cristiano vive la sua morte come dono estremo di sé, sigillo di una vita vissuta nel dono di sé, Bernardo elabora una mistica della morte in battaglia come dono di sé.
CAPIRE IL TIPO DI RELIGIOSITÀ SOTTESA ALLE CROCIATE
Come può essere successo un tale capovolgimento dello spirito evangelico per cui uccidere diventa buono quando è “per Cristo”? Secondo Franco Cardini, uno dei massimi storici delle crociate,”nel cristianesimo anteriore a San Francesco, c'era poco Vangelo, molto vecchio Testamento e molta Apocalisse. I guerrieri e i pellegrini che prendono Gerusalemme nel luglio 1099 si sentono il Nuovo Israele e hanno vissuto la loro esperienza di viaggio come un Nuovo Esoso. Quando massacrano musulmani ed ebrei all'interno della cinta muraria di Gerusalemme che hanno conquistato, si sentono come gli ebrei di Giosuè nella presa di Gerico e molti cronisti richiamano quella pagina biblica nelle loro descrizioni dell'accaduto”. Ecco quella pagina biblica: “ I sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosuè disse al popolo: “Lanciate il grido di guerra perché il Signore mette in vostro potere la città...” Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno dritto davanti a sé e occuparono la città. Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall'uomo alla donna, dal giovane al vecchio e perfino il bue, l'ariete e l'asino” (Libro di Giosuè 6, 16.20-21).

 

San Francesco e Giovanni Paolo II: entrambi hanno abbandonato la logica delle crociate

 

SAN FRANCESCO E LE CROCIATE

Francesco d'Assisi nasce 28 anni dopo la morte di Bernardo ma il suo tipo di religiosità è completamente diverso in quanto in lui troviamo un ritorno all'Evangelo, all'Evangelo sine glossa.

Nell'epoca dei nascenti comuni, di aumento dei prezzi, di concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e dunque di aumento della povertà e della mendicità urbana, Francesco si pone in totale solidarietà con nuovi poveri, i miserabili e gli emarginati dalla vita cittadina, cogliendo in essi la presenza di Cristo povero. Fonda dunque comunità evangeliche basate sulla povertà e sul rifiuto di qualsiasi forma di potere.

Egli sceglie come saluto “Il Signore ti dia la pace” e per lui la pace è frutto dell'azione di Dio, è dono di Dio.

In epoca di crociate, egli sceglie la via radicalmente nonviolenta ed evangelica basata sull'amore verso i nemici di allora, cioè i musulmani che, per San Francesco, “sono nostri fratelli e amici e li dobbiamo amare molto”.

Nel 1219, durante la quinta crociata, insieme a frate Illuminato, che possedeva nozioni di arabo, si imbarcò per Damietta, in Egitto per portare disarmato in terra musulmana il messaggio evangelico della pace. Giunto là, dopo aver tentato inutilmente di dissuadere i crociati dalla battaglia per la conquista di Damietta, ottenne dal legato pontificio di poter incontrare lo stesso sultanoal-Malik al-Kāmil, nipote di Saladino, per proclamare anche a lui Buona Novella e cercare di metter fine alle guerra fra cristiani e musulmani. Fra parentesi va detto che il sultano offrì ai crociati una soluzione pacifica alla questione e offrì di restituire Gerusalemme ai crociati. Ma il cardinal Pelagio che guidava la spedizione dei crociati respinse queste offerte pensando che fosse male scendere a patti con l'infedele e preferendo la soluzione finale, la distruzione totale dell'Islam.

Al-Malik Al Kamil, noto per la sua saggezza e la sua predilezione per i dibattiti teologici trattò Francesco con molto rispetto e dopo la conversazione con lui, lo rimandò al campo cristiano con i segni della sua amicizia.

Nella Regola non bollata del 1221 , Francesco darà tre indicazioni ai suoi frati che vogliano andare in missione presso i musulmani: prima, i fratelli non facciano liti ma siano soggetti ad ogni creatura per amore di Dio, secondo, annuncino l'Evangelo, terzo, accettino la beatitudine della persecuzione per amore del Signore.

 

GIOVANNI PAOLO II E LA GUERRA CONTRO L'AFGHANISTAN

Dopo il crollo delle torri gemelle le autorità politiche occidentali tentarono di trovare nel magistero del papa e dei vescovi un supporto al loro attacco all'Afghanistan in nome della lotta al terrorismo islamico.

Ed effettivamente, ad esempio, i vescovi americani scrissero, a proposito dell'azione militare in Afghanistan: “Il nostro paese, in collaborazione con altri paesi e organizzazioni, ha il diritto morale e il grave dovere di difendere il bene comune contro il terrorismo” . Si parlò anche, da parte del cardinal Ruini, del diritto-dovere di “combattere e neutralizzare” il terrorismo sia pure con la raccomandazione che l'uso delle armi fosse “il più possibile limitato e senza rappresaglie indiscriminate”.

E invece il papa ha da subito puntato sul dialogo fra le religioni chiarendo che né cristianesimo né islam possono porsi a giustificazione della guerra dall'una e dall'altra parte ma semmai, seguendo il dettato del Concilio, devono collaborare insieme per costruire la pace. Egli ha inoltre da subito respinto l'equazione islam=terrorismo smarcandosi dalla retorica allora dominante che mirava a demonizzare l'Islam in toto e ha da subito ammonito gliStati Uniti affinché si facessero ispirare dal senso della giustizia e non dalla vendetta.

Nel suo appello del 23 settembre da Astana in Kazakistan egli invita le due religioni a “lavorare insieme per costruire un mondo senza violenza, un mondo che ama la vita e progredisce nella giustizia e nella solidarietà. Noi non possiamo permettere – afferma il papa – che quanto è successo approfondisca le divisioni. La religione non può mai essere fonte di conflitto”.

All'Angelus del 30 settembre, poi il papa ricorda che “ebrei, cristiani e musulmani adorano Dio come l'Unico. Le tre religioni hanno perciò la vocazione all'unità e alla pace” e chiede che Dio conceda alla Chiesa “di essere in prima linea nella ricerca della giustizia, nel bandire la violenza e nell'essere operatori di pace”.

Nella direzione del dialogo cristiano-islamico egli promuove due iniziative molto eloquenti: il 14 dicembre egli invita i cristiani ad un giorno di digiuno insieme ai fratelli musulmani che celebravano in quello stesso giorno il digiuno per la fine del Ramadan: Per la prima volta nella Chiesa il digiuno non viene usato solo come mezzo ascetico di purificazione individuale ma come atto avente una valenza pubblica e attraverso il quale i credenti possono mobilitare le loro energie spirituali più profonde. Sottolinea poi il papa nell'Angelus del 9 dicembre che “i credenti adottano da sempre le armi del digiuno e della preghiera contro i pericoli più gravi. Il digiuno permette anche di condividere il pane con chi ne è privo, al di fuori di ogni pietismo e di ogni ingannevole assistenzialismo”. E prosegue auspicando che “il comune atteggiamento di religiosa penitenza accresca la comprensione reciproca fra cristiani e musulmani chiamati più che mai in questa epoca ed essere insieme costruttori di giustizia e di pace”

Il 24 gennaio 2002 poi convoca ad Assisi i rappresentanti delle religioni mondiali per preghiera interreligiosa per la pace che si era già svolta il 27 ottobre 1986.

Riguardo alla guerra in generale, Giovanni Paolo II ha avuto toni di netta condanna allorché, all'epoca dell'attacco militare della prima guerra del Golfo, parlò della necessità “di andare oggi risolutamente verso l'assoluta proscrizione della guerra” mentre negli anni novanta, allorché si perpetrava il genocidio dei musulmani bosniaci da parte delle milizie serbe, il papa parlò di “ingerenza umanitaria”.

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