Per una spiritualità della pace

Per una spiritualità della pace

 

La nonviolenza come via della pace

 

Gandhi ha formulato la sua teoria e prassi della nonviolenza attingendo sia dalla tradizione spirituale indù sia dal messaggio evangelico che aveva conosciuto a vent'anni quando studiava a Londra.

 

La nonviolenza nell'induismo: Dalla tradizione indù Gandhi ha tratto la convinzione che Dio è presente in ogni uomo (per le Upanishad Atman è Brahman cioè lo spirito dell'uomo è tutt'uno col divino) e dunque anche la vita del nemico va rispettata perché Dio è presente in lui. Per questo chi pratica la nonviolenza gandhiana rifiuta di adirarsi, risponde pazientemente alla rabbia del suo nemico, non risponde mai alla violenza con la violenza, non offende e non maledice.

 

La nonviolenza nel Vangelo: Dal messaggio evangelico Gandhi ha ripreso l'idea dell'amore per i nemici che è presente nel Discorso della montagna. Dice il Vangelo di Matteo 5, 43 – 48: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.

Secondo questo brano, l'amore e la benevolenza non si rivolgono solo verso chi fa parte della mia cerchia, gruppo, tribù, popolo ma si allargano fino a comprendere tutti. E questo perché? Per fare come Dio che ama tutti.

 

Svuotare l'idea di nemico: Ma questo porta a svuotare l'idea di nemico, a disinnescare la spirale dell'inimicizia. Infatti nemico è colui che io voglio distruggere ma se io amo il nemico vuol dire che io voglio che viva e dunque per me non è più nemico. Magari lui si considererà mio nemico ma io non lo considero più tale. Così posso innescare nel nostro rapporto una dinamica diversa, non più la dinamica banale dell'offensiva e della controffensiva, del male e del contromale ma una dinamica di incontro e di riconciliazione.

 

La nonviolenza è forza e non debolezza: Questo richiede molta forza interiore. La nonviolenza gandhiana, infatti non è nonviolenza di chi è debole e dunque subisce la violenza altrui ma è la nonviolenza di chi è forte spiritualmente e lotta attivamente contro la violenza altrui ma lo fa senza usare lui stesso la violenza.

 

Distinzione fra violenza e forza: E' necessario distinguere nettamente la violenza dalla forza:

  • fare violenza vuole dire violare la dignità di un essere. La violenza distrugge ciò che è buono.

  • La forza invece è il potere che ciascuno di noi ha, il potere di agire per portare gli esseri del mondo alla loro pienezza.

Il lottatore nonviolento è colui che è chiamato a trasformare la violenza cioè la forza distruttiva che è dentro di lui o fuori di lui in forza positiva, forza che promuove e accompagna gli esseri al raggiungimento della loro pienezza.

Non si tratta insomma di negare o reprimere la violenza che è in noi o negli altri ma di canalizzarla e trasformarla in forza positiva.

 

Davanti all'uomo violento: Secondo il Vangelo, in realtà, il criminale, il violento, è un disperato che agisce per paura. E di fronte a chi ha commesso un crimine condannare e giudicare, come facevano i farisei ai tempi di Gesù, non ha senso. Si tratta di capire che il violento è innanzitutto vittima di se stesso e che solo l'amore e il perdono possono guarirlo. Si tratta dunque di fare lo sforzo di trovare l'essere umano nel criminale.

Anche un'esperienza religiosa autentica può essere terapeutica cioè può guarire il violento: sapere che qualunque sia la tua storia tu sei e rimani figlio di Dio e dunque sei accettato incondizionatamente e sei in collegamento profondo con quel fondamento di tutte le cose che Gesù di Nazareth chiamava “Padre” può guarirti dal male che è in te.

 

 

 

 

 

 

Distaccarsi dal proprio io come via della pace

 

Le religioni offrono anche un altro importante sentiero spirituale nella direzione della pace. Quello del distaccarsi dal proprio ego egoista e aggressivo per fare emergere il nostro vero io che è capace di amare e di entrare in comunione con tutte le creature.

 

Il distacco dall'io nelle tradizioni spirituali: Nella tradizione induista, ad esempio, praticare lo yoga significa rinunciare al nostro io per trovare la pace interiore. Anche nella tradizione buddhista si parla di superamento di ogni attaccamento e desiderio.

Nelle Scritture Cristiane troviamo poi chiare indicazioni in questo senso laddove si allude al nostro falso io che si deve lasciare perché nasca il nostro nuovo io che si unisce agli altri nell'amore. Nel Vangelo di Luca Gesù dice Chi vorrà salvare la propria vita la perderà ma chi la perderà per causa mia la troverà” (Luca 9,24) e nel Vangelo di Giovanni troviamo “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, non porta frutto, se invece muore porta molto frutto, e il suo frutto rimane” (Giovanni 12, 24). San Paolo, poi, parla della morte dell'uomo vecchio e della nascita di un uomo nuovo. Ad esempio, nella sua lettera agli Efesini, San Paolo dice che è necessario “deporre l'uomo vecchio e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Efesini 4, 21.24)

 

Lasciar cadere il nostro falso io per far emergere il nostro io vero: Si tratterebbe dunque di lasciar cadere il nostro ego, il nostro falso io, l'io che si impone, che vuole sottomettere e usare ciò che lo circonda per ottenere il suo accrescimento. Rinunciare al nostro io significa non identificarsi più col nostro ruolo sociale, i nostri possessi, le nostre doti, i riconoscimenti che abbiamo, le onorificenze ed anche la nostra volontà di imporre i nostri obiettivi e i nostri progetti. Tutte queste cose non sono il nostro vero io anche se ci aggrappiamo ad esse per la paura di non valere. Dovremmo abbandonare questa paura, non aggrapparci più ad esse per far emergere il nostro vero io, l'io profondo, l'io che riceve e che dona, l'io che entra in comunione.

 

Dalla separazione alla comunione con tutte le creature: L'io infatti presuppone la separazione, l'individuazione. Laddove si crea l'io, lì si crea la violenza. Finché si ha una volontà propria e per questa saremmo disposti a tutto, la guerra verso ciò che è altro da noi diventa inevitabile.

Ma se lasciamo cadere l'io e facciamo emergere il nostro sé profondo allora cessa la guerra perché scopriamo che il nostro sé è connesso a tutte le creature. Non esiste più un io separato da un altro e dunque l'altro non è più visto come una minaccia e come qualcuno da sottomettere ma come parte di me stesso: dunque non ho più un nemico perché capisco che non sono un individuo separato ma sono dentro una comunione d'amore che comprende me e tutte le creature.

Le Upanishad esprimono questo concetto quando dicono che l'Atman è Brahman cioè che il nostro spirito, il nostro sé è tutt'uno col divino e anche la dottrina buddhista dell'anatta afferma che non esiste un io individuale e separato. La dottrina cristiana della Comunione dei Santi poi, pur mantenendo la distinzione fra le persone umane e con il divino, va nella medesima direzione, cioè nella direzione dell'unione profonda.

Se siamo membra gli uni degli altri, se siamo nodi di quella grande rete che è la Comunione dei Santi, allora non abbiamo più nemici. Si spegne l'invidia, la rabbia-odio, la volontà di possedere, la volontà di schiacciare gli altri, di metterli con le spalle al muro. E questo porta alla pace.

 

 

 

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