La vittoria non porta mai alla pace

La vittoria non porta mai alla pace

Riflessioni sul costruire la pace

Tao Te ChingLe armi potenti non vincono

Dhammapada XV,5Chi vince genera l'odio

Lettera ai Romani 12,21Non lasciarti vincere dal male ma vinci con il bene il male.

 

La Pace sta emergendo come idea guida del nostro tempoe come simbolo positivo dell'umanità, capace di parlare a tutti, a quelli di destra come a quelli di sinistra. La guerra sta perdendo il fascino che talvolta ha avuto perché l'umanità sta comprendendo che guerra nell'epoca atomica vuol dire distruzione.

Dalla vittoria alla rivincita La guerra non è efficace. Sta emergendo questa consapevolezza: usare la violenza contro la violenza serve solo a raddoppiarne l'effetto negativo. Non c'è modo di eliminare il male usando un contromale.

Raimon Panikkar, nel suo libro Pace e disarmo culturale, dice di aver esaminato 8.000 trattati di pace redatti nei seimila anni di esperienza storica, e di aver visto che ogni volta il vincitore dice “Ce l'abbiamo fatta! Questa era l'ultima guerra, finalmente ora ci sarà la pace!”. Ma regolarmente i vinti, anche dopo molti anni, vogliono fare i conti e la guerra ricomincia. La vittoria non porta mai alla pace ma porta solo ad una tregua finché i vinti non si prendono la rivincita.

Guerra contro il terrorismo?Riguardo alle recenti guerre dell'Occidente contro il terrorismo, molti in Occidente si rendono conto che punire i terroristi è controproducente. Con le bombe infatti non si possono eliminare i desideri di rappresaglia. Per ogni terrorista ucciso è probabile che ne sorgeranno due. Quindi, se il terrorismo è un'aberrazione, l'antiterrorismo lo è altrettanto. Di fronte al terrorismo, probabilmente, la cosa saggia da fare è non è scatenare una nuova guerra ma chiederci come sia stato possibile che siano nati sentimenti di odio tali da dare luogo agli atti terroristici. Invece, demonizzare il nemico per preparare la guerra è segno di debolezza.

Non si costruisce mai la pace sull'eliminazione del nemico, di chi la pensa diversamente, di chi ha un'altra cultura. Non è saggio né conveniente progettare di distruggere il nemico, di eliminarlo con l'idea di estirpare il male. Il nemico non devo cancellarlo (come?) né devo buttarlo via (dove?) ma devo cercare di assorbire il suo veleno, la sua carica distruttiva, trasformandola, disinnescandola.

Questo è possibile farlo se prendo coscienza che la realtà è plurale e anche noi ci siamo dentro: c'è dentro il naziskin e il terrorista islamico, ci sono gli omosessuali e gli omofobi, i militaristi e i pacifisti, i capitalisti e i comunisti. Nessuna componente deve essere eliminata ma nel dialogo sempre aperto che comporta la reciproca trasformazione, si tratta di cercare spazi di convivenza possibile e buona. Dice Panikkar “Facile essere tolleranti con i tolleranti! Dobbiamo imparare ad essere tolleranti con gli intolleranti!”. Di fronte al malvagio, al criminale, al terrorista, al dittatore ci vuole il realismo di chi conosce esattamente la carica distruttiva del malvagio ma mantiene la magnanimità, lo sguardo ampio senza reazioni affrettate, senza scatenare in suo furore su un capro espiatorio. Mai cedere alla tentazione di ricorrere agli stessi mezzi che condanniamo quando li usano gli altri.

Dialogo, saggezza, riconciliazione, perdono L'alternativa alla guerra è il dialogo. Ma bisogna chiarire che il vero dialogo non è quello che si fa per arrivare da qualche parte; nel vero dialogo non si pone mai una meta rigida da raggiungere (tale che se non la raggiungo interrompo il dialogo e passo alle maniere forti): ogni ultimatum è un preludio alla guerra. Il dialogo va mantenuto sempre aperto perché la vita è dialogo. Il dialogo è per vivere, dentro questa nostra realtà che è plurale; il dialogo è una condizione permanente e non è uno strumento per arrivare da qualche parte. Certo “un dialogo completo non è sempre possibile perché richiede la volontà di dialogare da entrambe le parti, ma non è impossibile se una delle due parti mantiene sempre aperte le condizioni di possibilità. Occorre molto coraggio e magnanimità per dialogare con il “nemico” (Pace e disarmo culturale, p. 114). Ci è chiesta, in questo nostro tempo, la saggezza di saper trasformare le tensioni distruttive in polarità creatrici. Non la vittoria ma la solo la riconciliazione può portare alla pace. Il perdono è uno strumento di pace con una valenza anche politica. Il perdono non è un sentimento ma è una forza che permette di andare al di là della legge meccanica di azione e reazione. C'è chi dice che perdonare il nemico impedirebbe di creare una situazione di vera giustizia e impedirebbe alla parte lesa di autodifendersi.

No! Il perdono non va contro la giustizia (anzi permette di creare una giustizia più grande) ma va contro la vendetta e contro la legge meccanica di azione e reazione.

La nonviolenza non è utopia ma l'unico realismo Senza un cambiamento di valori l'umanità non potrà sopravvivere. Diceva Einstein che “con la fissione dell'atomo tutto è cambiato tranne il nostro modo di pensare”. Per questo la nonviolenza evangelica e gandhiana non è utopia, le beatitudini dove si dice beati i miti, beati i costruttori di pace non sono inviti alla sopportazione per i deboli o consigli evangelici solo per frati e suore ma sono una forma di grande realismo politico, sono strumenti perché l'umanità viva.

La nonviolenza oggi si cala nella politica, non è dottrina astratta ma diventa arte del possibile, un'arte intelligente, l'arte della trattativa, della diplomazia che coinvolge anche il popolo, non solo i militari o chi è al vertice. Tutti infatti possono essere attivisti della nonviolenza. Si può praticare, ha le sue tecniche che si studiano all'università anche se richiede un addestramento.

Per concludere Di fronte alla violenza altrui, sangue freddo, lungimiranza, magnanimità, benevolenza, intraprendere il dialogo, mantenere la trattativa sempre aperta e mirare non alla vittoria ma alla riconciliazione.

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