L'Islam e la violenza

L’islam e la violenza. L'Islam è una religione intrinsecamente violenta?

 

Questo è un tema di grande attualità. Gli eventi della guerra e del terrorismo in medio Oriente rischiano di farci rappresentare l’Islam come una religione barbara e naturalmente incline alla violenza. Ma questa è una semplificazione e le semplificazioni non aiutano mai a capire la realtà che invece è complessa e va colta nella sua complessità.

 

Certo non si può negare che la predicazione di Maometto e contenuta nel Corano non è una predicazione esplicitamente nonviolenta come invece è la predicazione di Gesù e del Vangelo.

Molto diversa è infatti la personalità dei due fondatori: Gesù infatti non ha mai avuto nessun potere politico e tanto meno militare, anzi, l’ha rifiutato ed è stato da esso ucciso, Maometto invece oltre che un profeta fu un capo politico e militare e morì dopo aver visto trionfare la sua predicazione e la comunità che lo seguiva.

 

Dobbiamo però pensare che l’Islam è nato in una società beduina nella quale per le varie tribù la razzia per provvedere al sostentamento e la vendetta erano pratiche ordinarie. L’Islam primitivo dunque risente di questa origine e le norme del Corano costituiscono un contenimento e una limitazione di queste pratiche un po’ come la legge del taglione dell’Antico Testamento ebbe la funzione i limitare la vendetta indiscriminata.

 

Non è corretto interpretare la jihad a cui tutti i musulmani sono chiamati come una “guerra santa” contro gli infedeli.

Jihad non significa guerra o combattimento ma “sforzo sulla via di Dio” e quindi ha un significato molto più vasto di combattimento anche se non lo esclude. La jihad è un impegno per affermare la volontà di Dio e in molti passi del Corano questa volontà consiste nella difesa dei deboli e dei poveri della società. Lo sforzo sulla via di Dio sarebbe dunque da intendersi come impegno per la realizzazione della giustizia verso i poveri.

Questo impegno può concretizzarsi in molti modi:

  1. esso può realizzarsi attraverso la predicazione (“Non obbedire dunque agli infedeli e combatti contro di essi un grande combattimento per mezzo della predicazione” - Sura XXV, 52).
  2. Altri versetti del Corano autorizzano il combattimento (qtl cioè un combattimento vero e proprio, non un semplice sforzo) ma solo a scopo difensivo (“Combattete sulla via di Dio per difendere quei deboli, quelle donne e quei bambini” – Sura IV, 75 e “E’ dato il permesso di combattere a coloro che combattono perché sono stati oggetto di tirannia: Dio certo è ben possente a soccorrerli!” – Sura XXII, 39).
  3. Altri versetti comunque spingono verso una regolamentazione ed una “umanizzazione” dei conflitti (“Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono ma non oltrepassate i limiti perché Dio non ama gli eccessivi” – Sura II, 190).
  4. Infine ci sono versetti che giustificano anche un combattimento offensivo. Ad esempio. “Combattete coloro che non credono in Dio e nel giorno estremo e che non ritengono illecito quello che Dio e il suo messaggero hanno dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non si attengono alla religione della verità. Combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno umiliati” (Sura IX, 29).

 

Ora, questa contraddizione interna al Corano per cui in certi passi si permette solo una guerra difensiva mentre in altri sembra che si inciti all’offensiva si spiegano per il fatto che i primi appartengono al periodo meccano in cui Maometto usava solo l’arma della predicazione mentre le altre appartengono al periodo medinese in cui Maometto si organizza per la conquista de La Mecca.

Per risolvere questi contrasti l’esegesi islamica ha elaborato il cosiddetto “principio dell’abrogante e dell’abrogato” secondo cui il versetto di rivelazione più recente annullerebbe quello precedente. Ma, secondo questo principio, i versetti che accordavano il permesso incondizionato di fare guerra che sono posteriori, abrogherebbero i precedenti che invece erano più inclini a limitare l’uso della violenza. Non tutti però sono d’accordo con questo principio.

 

Un’ultima ma importantissima interpretazione del jihad che va menzionata e che costituisce la forma più raffinata della spiritualità islamica è quella dei sufi, santi e mistici musulmani che interpretano la jihad in senso spirituale come lotta contro le passioni negative che albergano nell’anima e dunque come possente opera di purificazione spirituale.

I sufi si basano su un hadit (detto di Maometto) secondo cui Maometto, proprio rientrando da una razzia, avrebbe detto “Ora torniamo dal piccolo jihad al grande jihad” E interrogato dai presenti su cosa intendesse per grande jihad disse “E’ lo sforzo contro noi stessi” cioè è, per i mistici sufi, è quell’opera di trasformazione e di purificazione spirituale di cui il credente ha bisogno per potersi poi abbandonarsi e lasciarsi assorbire nella divinità.

 

Dobbiamo anche dire, sempre a proposito di violenza nell’Islam, che nel mondo musulmano, almeno fino al colonialismo, l’islam ha riconosciuto che le religioni monoteistiche che l’hanno preceduto, per quanto siano imperfette, hanno tuttavia una loro validità intrinseca. Questo ha portato alla dhimma cioè al patto di protezione attraverso il quale le minoranza ebree, cristiane ed anche zoroastriane possono godere di alcuni fondamentali diritti, pur rimanendo tuttavia cittadini di serie B. Dunque nel mondo islamico cristiani ed ebrei hanno goduto di un trattamento di sostanziale rispetto.

 

Jihad, lotta anticoloniale e terrorismo

Per quanto riguarda poi la questione del fondamentalismo e del terrorismo islamico, che è di così scottante attualità, dobbiamo dire che a partire nell’epoca coloniale il mondo islamico subì una grave crisi dovuta appunto alla penetrazione delle potenze occidentali nei territori che da secoli erano dar al islam (casa dell’Islam).

Ecco allora che da alcuni la jihad cominciò ad essere interpretata come lotta alla penetrazione coloniale e quindi si intrecciò con motivi di indipendenza.

Ad esempio alcuni pensatori, come Hasan al-Banna (morto nel 1949) e Sayyid Qutb (morto nel 1966), rispettivamente l’ispiratore e l’organizzatore dei Fratelli Musulmani, rilanciarono l’idea del jihad come strumento di lotta anche violenta  non solo religiosa ma decisamente politica contro il colonialismo.

Tuttavia fino alla metà del ‘900 queste teorie di un jihad anticoloniale rimanevano chiuse all’interno di ristetti circoli di intellettuali perché la maggioranza della popolazione e dei governi, attratti dai miti della modernità, erano impegnati nell’opera di modernizzare i loro paesi per ottenere prosperità e benessere e perché la aspirazione all’indipendenza si esprimeva in modo laico come aspirazione nazionalistica più che come lotta religiosa. Ad esempio, la lotta dei palestinesi contro la penetrazione dei sionisti durante gli ani ’20 e ’30 del nostro secolo non fece mai ricorso agli appelli al jihad e lo stesso si verificò durante le guerre degli stati arabi contro Israele nel 1948, 1956, 1967 e  nel 1973.

Solo dagli ultimi trenta anni - cioè dal momento in cui le speranze di modernità e benessere nei paesi del terzo mondo sono andate drammaticamente deluse e la crisi sociale, economica e culturale in quei paesi è esplosa con conseguenze disastrose – solo da allora l’idea del jihad come lotta contro l’occidente invasore e sfruttatore è penetrata a livello delle grandi masse islamiche.

Insomma, distrutte dalla colonizzazione le strutture sociali indigene e falliti i regimi post-coloniali che non hanno mantenuto le loro promesse di benessere e sviluppo, si è aperto un vuoto che è stato riempito da questi gruppi islamisti che utilizzano parole d’ordine islamiche ma che non sono affatto islamici nel senso più vero perché l’Islam è una religione dove regna una forte aspirazione alla giustizia e alla protezione dei deboli e nella quale non è certo accettabile la violenza terroristica.

 

Rimane da vedere se le azioni terroristiche contro la modernità e l’occidente e per la riaffermazione della tradizione siano efficaci o se invece non siano assolutamente controproducenti. Non può darsi cioè che gli atti di terrorismo, ad esempio quelle dei kamikaze palestinesi, non solo nuocciano alla dignità dell’Islam ma di fatto impediscano la realizzazione di quegli obiettivi di libertà e di giustizia che si proporrebbero di realizzare?

Scrive ad esempio Rocco Altieri a proposito della lotta del popolo palestinese contro il governo israeliano:

 

“Purtroppo ci sono organizzazioni palestinesi che predicano la violenza e considerano eroi e martiri (in senso religioso) coloro che seminano morte tra la popolazione. Essi si lasciano andare a manifestazioni di gioia ogni volta che un attentato va a buon fine, mentre i funerali dei “ martiri” diventano occasione per manifestazioni che incitano all’odio e alla vendetta”.

Ma “nulla ha nuociuto di più alla causa palestinese di questi attentati terroristici e di questa retorica (pseudo-religiosa) che li ha supportati”.

Infatti, “la paura indotta dagli attentati terroristici kamikaze ha rinnovato tuttora il consenso della popolazione israeliana alle politiche repressive del governo(contro i palestinesi) e al progetto di costruzione del muro, con l’illusione (da parte della popolazione israeliana) di trovare così una soluzione definitiva alla propria sicurezza”.

(da Rocco Altieri Un conflitto irrisolvibile? In  Sathyagraha n.5).

 

Non sarà che in questa situazione mondiale di caos e di violenza sia nostro compito urgente recuperare le valenze nonviolente presenti nelle religioni, in ogni religione, Islam compreso, perché possiamo uscire dall’attuale imbarbarimento dei conflitti e possiamo preparare strade di riconciliazione?

 

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